Paola era tornata con un paio di chili in più, lo stesso sguardo intermittente e un pacchetto di gomme da masticare alla menta che aveva quasi lanciato sul tavolino basso dell’entrata.

“No, grazie”, avevo detto, guardando le gomme.

“Non le devi mangiare, le dovresti analizzare”, aveva detto lei.

Era la quarta volta che me la ritrovavo in terapia, negli anni le avevo diagnosticato un importante disturbo ossessivo-compulsivo, un principio di sindrome di Tourette, una probabile anomalia del desiderio sessuale e una serie infinita di piccole e grandi nevrosi.

Ogni volta che chiudevo un percorso di analisi con lei mi ritrovavo ad augurarmi che non tornasse mai più perché la sua presenza, seduta dopo seduta, si faceva troppo ingombrante, le sue parole troppo veloci e destabilizzanti, i suoi sguardi eccesivamente invadenti. Mi appuntavo su un quaderno a quadretti nero tutto quello che diceva, specie le espressioni più bizzarre e, al momento giusto, gliele rilanciavo, la punzecchiavo usando le sue stesse espressioni, cercavo di farla crollare. Ma credo di non esserci mai riuscita, perché Paola era una donna astuta, disturbata, sufficientemente lucida e pericolosa.

Questa volta il suo ritorno in terapia era dovuto all’arrivo di una nuova vicina di casa che, a suo dire, la odiava e stava cercando di avvelenarla con le gomme da masticare.

“Ogni mattina, quando entro in ascensore, mi offre una gomma e, per convincermi ad accettarla, comincia a masticare con veemenza la sua. Poi, prima di scendere, la sputa in un fazzoletto di carta”, mi aveva raccontato.

“Cosa rende questa situazione così allarmante ai tuoi occhi?”, le avevo chiesto.

“Il fatto che lo faccia ogni mattina e che sputi la sua gomma dopo appena tredici secondi, li ho contati.”

L’avevo guardata senza aggiungere nulla.

“Oltretutto, sono certa che la confezione delle gomme fosse sempre la stessa. Per questo, l’altro giorno me la sono fatta lasciare inventandomi una scusa” mi aveva detto guardando il pacchetto sul tavolino. Ci avevo pensato qualche secondo

“Queste sono solo ipotesi, le tue per esattezza, ma ci potrebbero essere tante altre spiegazioni a questi semplici accadimenti”, avevo detto.

Paola aveva avvicinato una mano alla bocca e ne aveva leccato la parte interna, lo faceva fin da bambina, non poteva evitarlo. Odiava avere le mani secche. “Scusa”, mi aveva detto ritirando la mano. Le avevo fatto un cenno con la testa per tranquillizzarla.

“Non vedo altre spiegazioni plausibili. Anche perché è evidente che mi odia”, aveva aggiunto.

“Perché credi che ti odi?”

“Una mattina mi ha chiesto come facessi a mantenermi in linea, quando a lei risultava impossibile calare anche solo di un etto, nonostante i soldi spesi in dietologi e nutrizionisti. E un’altra volta mi ha chiesto, con uno strano tono, chi fosse quell’uomo bellissimo che aveva suonato il mio campanello la sera prima con una bottiglia di vino rosso e delle rose.”

Mi ero presa qualche secondo di tempo per organizzare le idee.

“Hai mai pensato di smettere di prendere l’ascensore con lei al mattino?”

“Abbiamo gli stessi orari”.

“E scendere a piedi?” avevo chiesto.

“Non posso, non ho specchi in casa e quello dell’ascensore è l’unico che riesco a usare. Gli altri mi fanno troppa paura.”

Avevo segnato sul mio quaderno “paura degli specchi”, l’avevo chiuso e avevo appoggiato lo sguardo sugli stivali di Paola, erano di una marca russa che piaceva molto anche a me.

“Quindi la tua vicina ha incrociato un tuo ospite l’altra sera, l’uomo con le rose e il vino?”, avevo chiesto.

“Non conosco l’uomo di cui parla. O meglio, non esiste. E poi bevo solo vino bianco. E odio le rose”, aveva detto Paola.

Ovviamente avevo valutato l’ipotesi che non esistesse nessuna vicina e che si stesse inventando tutto, ma ritenevo che quello non fosse il punto su cui lavorare con lei.

“Perché vuoi che sia io a fare analizzare le gomme che ritieni avvelenate?”, le avevo chiesto durante la nostra ultima seduta.

“Perché se l’esito sarà quello che penso, tu saprai come comunicarmelo”, aveva risposto.

“Non ho intenzione di prendermi una responsabilità che è totalmente tua”, avevo detto.

“Quindi mi stai dicendo che sei convinta che non siano avvelenate?”.

“Credo che non abbiamo sufficienti elementi per supporre che lo siano.”

Paola si era avvicinata al tavolino, aveva preso le gomme ed era tornata verso di me, non si era riseduta. “E allora mangiamone una ciascuna, sei la mia terapeuta, devo potermi fidare delle tue intuizioni”, aveva detto.

“Non intendo mangiare nessuna gomma” avevo risposto con fermezza.

“E allora come puoi essermi utile, se non vuoi analizzarle né provarle?”

“Possiamo lavorare su altri aspetti”, avevo aggiunto sfidando il suo sguardo.

Credo che fosse sul punto di piangere, avevo sentito una sorta di esasperazione accendermi la gola e lo stomaco. Avevo allungato una mano. “Almeno la facciamo finita con ‘sta storia”, avevo pensato.

Ci aveva salvate il mio paziente delle 18,15, allarmato da forti colpi di tosse e rantoli respiratori sospetti. Mi ero risvegliata qualche ora dopo accanto alla mia paziente, stanza 211, centro antiveleni di Bologna. “Ti ho sempre sopravvalutata”, mi aveva sussurrato Paola subito dopo essersi leccata il palmo della mano sinistra.