Si dice, di una persona che sappia prendersi cura delle piante e fare in modo che crescano forti e rigogliose, che abbia il pollice verde.
Di che colore ha il pollice chi sa preparare piatti squisiti, maneggiare gli ingredienti e mischiarli tra loro realizzando quasi un’opera d’arte?
Non lo so. Ma so che mia madre quel pollice lì ce l’ha. E mica solo il pollice…
Siccome è proprio vero che “Il DNA non è un’opinione”, anche mia nonna era un’ottima cuoca e le mie nipoti sono già molto abili in cucina. Se qualcuno, pensando alle mie capacità culinarie, sta pensando “Evidentemente quest’arte ha saltato una generazione”, si sta sbagliando. Anche mia sorella è un’ottima cuoca. Qui, più che saltare una generazione, qualcuno ha deciso di saltare una persona. Per rimanere nell’ambito dell’anatomia, c’è chi ha il pollice verde e chi il tallone d’Achille.
È da mia nonna che mia madre ha ereditato la capacità di cucinare, tre le altre cose, i taralli di Matera che, nel nostro dialetto, si chiamano “cangedd”.
Io me li ricordo ancora i pomeriggi seduta con mia sorella e i miei cugini a guardare mia nonna prendere il tagliere di legno, spolverarlo di farina e poi versarci sopra gli ingredienti per fare i cangedd: farina, olio, sale, acqua e finocchietto. Il miracolo della semplicità, lo chiamerei. Ma ricordo soprattutto quando mia nonna, dopo aver allineato file e file di cangedd sul tagliere, come fossero fedeli soldati aromatizzati, cominciava a intrecciare due salsicciotti di pasta fino a comporre una trecciolina. Ne faceva una o al massimo due, in mezzo ad un mare di cangedd. Lei non commentava in nessun modo questo rituale e noi non chiedevamo niente. Perché faceva quella treccina e soprattutto per chi la faceva? Così come non si chiede ad un mago, durante il suo spettacolo, quali trucchi stia utilizzando, noi partecipavamo a quella cerimonia privata senza chiedere nulla. Guardavamo, prendevamo la pasta tra le mani, la annusavamo e alle volte la assaggiavamo: l’alfabeto dei sensi ci rassicurava più di qualsiasi altra risposta o spiegazione.
Quindi la nonna metteva tutto in forno e, una volta cotti e raffreddati, distribuiva quei preziosi manufatti tra i suoi figli e nipoti. Noi non ce lo dicevamo, ma tutti aprivamo quei sacchetti alla ricerca della trecciolina che era come uno sguardo in più della nonna che si era posato proprio su di te. Un segnale che eri stato scelto, per pura casualità certo. Ma questo non toglieva neanche un pizzico di emozione a quella scoperta.
Mia madre non ha smesso di preparare i cangedd alla maniera della nonna e, ora che vivo lontana, non mi lascia mai ripartire senza. Alle volte lei, mia sorella e le mie nipoti si riuniscono e preparano i taralli per quando andrò via, è il loro modo di congedarsi da me, mischiando il nostro passato e il nostro presente in un miscuglio di emozioni e sapori che rappresentano la nostra storia.
L”ho trovata anche l’altra mattina la trecciolina, nascosta tra i taralli che mi hanno accompagnata nell’ennesimo viaggio Alessandria-Barcellona. E, come sempre, mi ha commossa quell’intreccio di farina e nostalgia, quei nodi salati che mi legano indissolubilmente a mia madre, a mia nonna, alle mie radici. Ho pensato che ognuno di noi dovrebbe avere una trecciolina nascosta da qualche parte, uno sguardo che si appoggia proprio su di te. Per caso. E con amore.