Qualche mese fa, durante uno dei miei giri per la Cataluña, ho conosciuto Josep che vive in questo paesello dal nome improbabile e lavora il ferro, il legno e altri materiali di recupero. Il paese è disseminato di sue opere che appaiono come la cornice naturale di scorci di paesaggi ameni e suggestivi.

In cima ad una specie di collina si trovano anche la casa di quest’uomo e un piccolo centro d’ arte, con altre sue opere, più simili ad installazioni, che giocano con la potenza generatrice della luce e con la forza misteriosa delle ombre. Mi piace definire Josep un artista umile e romantico, i solchi delle sue mani son sentieri polverosi che disegnano storie diffcili da raccontare. Lui si definisce “semplicemente” un elettricista, è schivo ai complimenti e parco di parole, ma non si scorda di sorridere. Mi ha condotta nel suo tempio senza far rumore e ha atteso, in silenzio, che entrassi in contatto con le sue opere.

Nel suo piccolo regno di luci, ferro, legno e pietre grezze, c’erano anche dei quadri appesi alle pareti. Stavano lì, immobili e vivi e, d’improvviso, ho avuto la senszione che potessero sorreggere tutto il resto delle cose che abitavano quello spazio. “Sono belli” ho detto non trovando altre parole.

“Sono di mio figlio” ha detto lui, rompendo per la prima volta quel silenzio che sembrava alzarsi in punta di piedi per accarezzarci la pelle. Nella stanza si è percepito un vuoto, un mancanza improvvisa. È entrato vento freddo, ci siamo stretti nelle giacche e ci siamo incontrati in un unico sguardo.

“Era lui l’artista” ha detto spegnendo le luci.