Ci incontravamo tutte le sere in quel bar che si ostinava a non voler essere un bar, forse per questo la scritta «Latteria» sopra lo stipite della porta resisteva, ogni giorno più arrugginita e decadente.
«Marco fa la notte?»
«Luca viene oggi?»
Ci rassicurava rivolgerci sempre le stesse domande, erano come stralci di brevi storie raccontate al capezzale di un bancone.
Laura ci ricordava ogni sera che non avrebbe bevuto niente di alcolico, diceva che in settimana «non aveva senso». Io e Marco bevevamo molto, invece. Che l’alcool per noi aveva sempre un senso.
Elia d’inverno non si spogliava neppure, arrivava al bar col piumino e rimaneva così tutto il tempo. «Ma non sudi?» gli chiedevo. «Io non sudo mai». E infatti non sudava, o meglio non puzzava.
A me piaceva un po’ Laura, ma mi guardavo bene dal dirglielo. Avevo impresse nella mente le parole di mio padre, mentre mi passava una sigaretta e tirava dalla sua «Se si accorgono che ci tieni, sei fottuto».
In generale eravamo molto più interessati all’alcool e alla coca che alle ragazze. Però sapevamo che ci erano utili: erano loro che spintonavano Elia fuori dal locale quando importunava i clienti o che accompagnavano a casa me, quando ero ubriaco. Mi chiedevo spesso perché si sforzassero di proteggere dei tipi inutili come noi. Ma, pensandoci bene, era la stessa cosa che faceva mia madre con mio padre.
La coca ce la dava un tipo sulla cinquantina. Ci prendeva per il culo con frasi patetiche come «Solo a voi la do a questo prezzo» o «Per trovarla così buona dovreste espatriare». Non gli credevamo, ma non ci fregava che fosse davvero roba buona e quello che ci chiedeva potevamo pagarlo.
All’inizio era una cosa del sabato sera, poi Elia aveva cominciato anche al venerdì e io gli ero andato dietro. Ultimamente Marco diceva che farlo alla domenica lo aiutava ad affrontare meglio la settimana in fabbrica e noi, che andavamo ancora a scuola, gli facevamo compagnia lo stesso.
Il nostro rituale era: farci una riga nel bagno del bar, andare in discoteca, cercare un bagno per farci un’altra riga, uscire nel parcheggio e rimanere lì tutta la notte a parlare, sovrapponendoci l’un all’altro, spintonandoci e mandandoci al diavolo senza un motivo.
Il nostro sballo era una logorrea senza fine, sterile e sconnessa; i nostri discorsi erano coperte bagnate tirate fino al limite sui fili di relazioni che stavano in piedi per miracolo. O per disperazione. A fine serata, salivamo sul Peugeot di Marco tutti e sei, le ragazze si prendevano in braccio e noi ci addormentavamo all’istante.
Mi svegliavo sempre quando in macchina eravamo rimasti io, Luca e Marco. Marco diceva che non si poteva continuare così, che eravamo degli stronzi e che stavamo sprecando le nostre vite. A fine serata si vergognava sempre un po’ di essere il maggiorenne del gruppo. Io gli davo ragione, dicevo che eravamo degli stronzi assoluti, ma che vivendo dove vivevamo non potevamo che sprecare le nostre vite. Che lo spreco era cominciato nascendo lì.
Luca, invece, non diceva quasi mai niente. Una volta, arrivando in prossimità del fiume, aveva aperto il finestrino, anche se era inverno e io e Marco lo avevamo insultato in coro perché richiudesse subito. Aveva messo la testa fuori e urlato «Lì, lì», indicando con la mano. Poi ci aveva raccontato che una volta era andato a pescare con suo padre e, proprio mentre stava tirando su un pesce, era arrivata una folata di vento e gli aveva portato via il cappello. E suo padre si era arrabbiato tantissimo con lui.
A noi sembrava una storia tanto stupida che non capivamo perché ci tenesse a raccontarla, non era triste e non faceva neanche ridere. Quando Luca era sceso, Marco mi aveva detto che forse per lui era importante perché aveva perso il padre da piccolo.
Di notte facevo fatica a dormire, cominciavo a rilassarmi verso l’alba, quando sentivo mia madre entrare in cucina per pulire: solo nel rumore riuscivo a prendere sonno, il silenzio non era mio alleato. Le pareti del nostro alloggio erano così sottili che avevi l’impressione di essere nella tua stanza e contemporaneamente in quelle di tutto il resto della casa. Erano case senza privacy e senza segreti. Insomma senza alcuna dignità.
Poi è arrivato un altro fine settimana, al venerdì non sono uscito perché avevo la febbre. Ce l’avevo anche al sabato, ma sono uscito lo stesso: appena sono entrato al bar ho sentito una sensazione strana, qualcosa che non mi sapevo spiegare, ma che mi ha fatto salire l’ansia. Subito dopo di me è arrivato Elia, sembrava lo stesso di sempre. Poi, però, è entrata Laura ed è bastato un banale dettaglio per peggiorare il mio stato d’ansia: aveva delle scarpe nuove, col tacco.
Marco è entrato bestemmiando, era arrabbiato perché avevano cominciato a lasciare a casa della gente in fabbrica e diceva che sicuramente sarebbe stato uno dei prossimi. Ce lo diceva con rabbia e risentimento, come se in parte fossimo noi i responsabili del suo imminente licenziamento. Elia gli è scoppiato a ridere in faccia, io sbirciavo Laura e Camilla cercando di capire cosa si dicessero.
Per ultimo è arrivato Luca che era tutto allegro. E non era manco ubriaco, era solo allegro. Ha addirittura voluto offrire un giro di birra, diceva che era una bella serata, che dovevamo brindare. Mi ha fatto salire ancora di più l’ansia.
Fuori dal parcheggio della discoteca quella sera ciascuno era nel suo mondo, non ci andava neanche di urlarci addosso. Quando ho visto le ragazze uscire, mi sono infilato di corsa in macchina, nessuna voglia di vedere il rossetto sbavato di Laura e la sua espressione compiaciuta. Prima di scendere, ha detto che l’indomani non sarebbe passata dal bar perché «aveva da fare». «Troia», ho risposto io, neanche tanto sottovoce, alla fine l’unica che poteva arrabbiarsi era Camilla, ma era già scesa.
Arrivati all’altezza del fiume Luca non ha fatto commenti e non si è neppure voltato verso il finestrino. Poco prima di arrivare a casa si è girato verso di me, poi ha guardato anche Marco e ha detto «Parliamo un po’?». Marco l’ha mandato affanculo senza pensarci un attimo e io non gli ho manco risposto.
Mi sono svegliato con la sensazione che la febbre mi fosse salita oltre quaranta. Non l’ho misurata e sono uscito lo stesso. La domenica la casa era troppo piccola per contenere la tristezza di tutti, c’era bisogno che qualcuno portasse fuori la sua. Ed ero sempre io. Avrei voluto avere un altro posto in cui andare, non per vedere facce nuove o fare cose diverse, ma solo per la questione di Laura. Ma intanto un altro posto non ce l’avevo.
Ancora prima di entrare l’ho vista seduta al solito tavolino; quando ha sollevato il viso per salutarmi, mi sono accorto che aveva gli occhi rossi e gonfi. Ho pensato subito «l’ha mollata» e ho sentito come se il petto mi si stappasse di colpo. Dopo poco è arrivata Camilla che ha tenuto Laura abbracciata almeno un paio di minuti e poi Marco e Elia. Marco aveva litigato coi suoi per la questione dei licenziamenti, Elia si divertiva a stuzzicarlo.
Io fingevo di ascoltarli e intanto spiavo le ragazze. Per un attimo ho anche pensato di avvicinarmi a Laura e dirle qualcosa, ma non avrei saputo cosa. Il dialogo più lungo che avevo avuto con lei era stato quando era morto suo nonno e le avevo detto una roba tipo «Mi dispiace, so che ci tenevi tanto». Magari potevo utilizzare la stessa frase, l’altra volta mi aveva addirittura abbracciato.
Poi, ad un certo punto, Gianni, il padrone del bar, ha guardato in sequenza me, Elia e Marco che eravamo al bancone e ha detto «Ah, Luca se n’è andato». L’ha detto mentre ci riempiva i bicchieri, senza aggiungere altro. Marco è stato il primo a parlare, ha detto «Che pezzo di merda, alla fine se l’è svignata davvero», Laura si è messa a piangere più forte, Elia ha farfugliato «Quello è tutto matto». Non lo so cosa stessero immaginando gli altri in quel momento, io ho pensato che alla fine Luca avesse deciso di riprendersi quel fottuto cappello e che la sera prima era così felice perché finalmente aveva trovato un altro posto in cui andare.
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