Succede che alcuni mesi fa scrivo un racconto per un concorso indetto da una rivista letteraria, non citerò la rivista, non dirò il titolo del racconto. Dirò solo che parla di Marco, un bambino sano, timido e con una mamma che non sa proteggerlo. Da chi? Da lei stessa prima di tutto. E poi da un sistema educativo che, danzando perversamente tra la pena verso Marco e l’abitudine a etichettare tutto e tutti, fa del bambino un perfetto emarginato. Crea il “caso Marco”, gli costruisce una gabbia, se non proprio dorata, almeno sufficientemente comoda, dalla quale possa assistere allo spettacolo della sua progressiva segregazione. Marco non è il frutto della mia immaginazione, Marco esiste, è dentro di me, ha tanti nomi e cento volti diversi. Ho consociuto Marco, ne ho respirato il dolore, nei migliori dei casi sono riuscita ad allargare le sbarre di quella gabbia per far entrare un po’ di luce. Molte altre volte non ce l’ho fatta, semplicemente gli ho sorriso, ho aggrappato le mie mani alle sbarre cercando di raggiungere le sue. 

La rivista non accetta il mio racconto, non li convince. I rimandi che mi danno non mi soddisfano, li accetto ma sono perplessa. Ho paura che neanche loro vedano Marco, ma forse sono io che non lo racconto poi così bene. 

Altro concorso, altra rivista. Riprendo il racconto in mano, non cambio nulla, lo rispedisco. “Vai Marco-penso-Grida il tuo dolore, prenditi lo spazio che meriti”. Niente, anche questa rivista pensa che il mio tentativo di raccontare Marco e la sua storia sia troppo pretenzioso.

Normalmente avrei messo il racconto e l’orgoglio da parte, avrei aspettato qualche mese, modificato qualcosa e poi ritentato. Ma con Marco no. So che questa storia vale e ho la presunzione di pensare di poterla raccontare bene. Il mio scritto non deve piacere per forza, lo so, ma pretendo che qualcuno veda Marco. Non ho intenzione di arrendermi, non accetterò altre ingiustizie. In suo nome. I racconti so piezz e core, e alcuni più di altri. Adelante Marco.

E qualche giorno fa uno scrittore che gestisce una nuova rivista letteraria mi contatta. “Il tuo racconto sará pubblicato a Marzo, mi ha convinto.” Allargo del tutto le sbarre della gabbia, prendo Marco per mano. Andiamo a festeggiare piccolo eroe, oggi è il tuo giorno.