Domenichella se ne stava barricata in casa da tre giorni, evitando persino di scendere in Via Santa Chiara per comprare il pane. Era stato Giovanni a dirle che quelli dell’agenzia avevano messo il cartello “Vendesi” sul portoncino di ingresso della loro casa.

“Domenichella questi fanno sul serio, teniamo un guaio grosso grosso” aveva detto.

“Si stancheranno, vedrai. Quelli che vengono da fuori non hanno la costanza di insistere e dopo qualche mese la vita del paesello comincia ad annoiarli” aveva risposta Domenichella.

Questa volta, però, si sbagliava: quelli erano rimasti, erano tornati diverse volte per parlare con loro e un giorno si erano portati dietro anche un ingegnere con un soprabito lungo fino ai piedi. Lillina, la più piccola delle sue figlie, era corsa a nascondersi dietro alla poltrona per la paura.

L’ingegnere le aveva spiegato con parole difficili che stavano correndo un grande pericolo, che la loro casa non era più sicura e che, per questo, li avrebbero aiutati a trovare un’altra sistemazione. Domenichella aveva lasciato che l’ingegnere finisse di parlare e poi gli aveva detto “Lei la sa una cosa ingnegne’? La gente povera non vuole essere sicura. Vuole essere libera.”

Quello le aveva sorriso con cortesia, aveva posato una manciata di caramelle sul tavolo ed era andato via con i suoi compari dell’agenzia. Lillina era uscita dal suo nascondiglio dietro alla poltrona ed era andata dritta alle caramelle. “Non le toccare ‘a mamma. E poi non serve che ti vai a nascondere, quello c’ha paura pure della sua ombra” le aveva detto Domenichella, allungandole una cangedd col finocchietto.

Tutto era cominciato circa sei mesi prima, quando Lauretta era arrivata di corsa a casa di Domenichella, con il grembiule da cucina addosso e le mani ancora sporche di farina.

“Zia!- urlava dalla strada- Zia! Avete sentito il terremoto?”

Domenichella in effetti aveva sentito la terra fare una specie di rutto prolungato e poi rimettersi seduta e composta, come dopo una buona cena, ma aveva continuato a ricamare la coperta per la nipote Maddalena che si sposava la domenica dopo.

“Siediti Lauretta, bevi un goccio d’acqua che sei rossa come i peperoni che sto per cucinare” aveva detto.

“Zia, dice Gerolamo il macellaio che può venire una scossa ancora più forte e mandarci tutti per aria. Dov’è lo zio Giovanni? E Giggino?”

“Giovanni sta lavorando e Giggino non lo vedo da tre giorni, forse è andato a Sassuolo da uno che gli ha promesso un lavoro in regola.”

Lauretta ci aveva provato ancora un po’ a farle capire quanto fossero in pericolo, ma alla fine aveva dovuto accettare che il problema più grande della zia in quel momento era che aveva finito il filo e la coperta per Maddalena non sarebbe mai stata pronta per la domenica successiva. Qualche giorno dopo, però, Domenichella aveva notato che sulle pareti della cucina erano apparse delle crepe profonde che tagliavano i muri in tutte le direzioni.

All’inizio non ne aveva parlato neanche con Giovanni, sperando che lui non le notasse. Di notte, quando il marito e le quattro figlie ancora da sposare andavano a dormire, lei cominciava a girare per la cucina, a piedi scalzi e senza neanche accendere la luce. Si avvicinava a quei muri impregnati di umidità e odore di caciocavallo stagionato e appoggiava l’orecchio alle crepe con un’espressione assorta e un poco preoccupata. Una mattina Giovanni, mentre beveva il suo caffè ristretto corretto con Sambuca, aveva lasciato cadere il cucchiaino in terra per la sorpresa e lo spavento. “Domeniche’, ma che succede a questi muri?” aveva chiesto alla moglie. Domenichella aveva continuato a riempire l’imbuto di metallo con la carne tritata e aveva riso forte. “Giovanni, stai tranquillo.” “Tranquillo? Qui tra poco ci cade il tetto in testa e tu prepari salsicce…”. Domenichella a quel punto si era fermata, aveva appoggiato l’imbuto sul tavolo, si era asciugata le mani al grembiule e poi se le era portate sui fianchi. “Giovanni, io di notte ci parlo con questi muri e se ti dico che è tutto a posto tu mi devi credere”. In quel momento Giovanni aveva pensato a quello che le aveva detto sua madre, tanti anni prima, appena aveva portato Domenichella in casa. “Giovanni, stai attento. Domenichella è una brava ragazza, ma ha la tendenza a uscire pazza, quegli occhi non me la raccontano giusta.” “E cosa ti avrebbero detto i muri?” le aveva domandato con tono indulgente. “Mi hanno parlato di un cambio, di qualcosa di nuovo che sta per succedere”. “E cosa c’entra con le crepe?” “Dai Giovanni, pensaci un po’. Ti ricordi poche settimane prima che Nannina si sposava? Il pavimento ha cominciato ad aprirsi, guarda si vedono ancora le spaccature nelle piastrelle” aveva detto Domenichella ricominciando a riempire le budella con la carne fresca che buttava fuori un intenso profumo di finocchietto e peperoncino. “E poi quando è stata la volta di Giggino, un giorno c’è stata una scossa talmente forte che mi ha rotto la bottiglia del vino cotto che stava sul tavolo e quell’anno niente casatedde a Natale”. “E quindi mi vuoi dire che le crepe ci stanno annunciando un altro matrimonio? Ma le ragazze sono ancora giovani…” “Ssss- aveva bisbigliato Domenichella portandosi l’indice davanti alla bocca- Il tempo è un chiacchierone e non ha bisogno di domande, ci dirà tutto da solo.” E infatti dopo solo un mese Rosina aveva tirato fuori la storia che si voleva sposare, anche se non aveva ancora finito i sedici anni e Peppino un vero lavoro ancora non ce l’aveva. Ma quello sguardo di donna che le era venuto fuori tutto d’un colpo e la rotondità del viso e del seno, ogni giorno più evidente, avevano convinto entrambe le famiglie che non si poteva più aspettare.

Quindi si era risolto tutto con un bel matrimonio, semplice per carità ma di tutto rispetto, nessuno del paese aveva potuto lamentarsi o criticarli. Ma dopo poco erano arrivati quelli dell’agenzia e l’ingegnerone a cercare di convincerli che la loro casa era in pericolo e che dovevano andarsene.

Quel lunedì, però, Domenichella, stanca di stare chiusa in casa come una carcerata e intenzionata a prendersi una piccola rivincita, ha radunato Iettina, Lillina e Chichella, la nipote più grande, attorno al tavoliere di legno e ha detto loro che dovevano aiutarla a cucinare. “Mamma, che festa è?” aveva chiesto Lillina. “La festa delle crepe sui muri” aveva risposto seria Domenichella. “Io non l’ho mai sentita questa festa” aveva commentato Iettina “E cosa si prepara per questa festa?” aveva chiesto Chichella. “Lavatevi le mani che ve lo spiego.” E così, mentre le tre bambine più piccole si precipitavano al lavello della cucina orgogliose di quel compito da grandi che gli era stato affidato, Laluccia, che già sapeva scrivere, era stata incaricata da Domenichella di uscire, avvicinarsi alla scritta “Vendesi” e aggiungere in stampatello grande “Mastaccer e pzzitt”. Che si comprassero un chilo di dolci da portare alle loro famiglie quelli dell’agenzia e l’ingegnerone invece di cercare di comprarsi la loro casa che scoppiava di salute come le bambine che si rincorrevano per la cucina con le mani infarinate e il sogno di una festa tutta da preparare.

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