Deve ricordarsi di tirare fuori la sciarpa gialla, che in autunno la può abbinare un po’ con tutto: le foglie, la corteccia degli alberi, il profumo di bagnato, il rumore della pioggia. Accavalla le gambe e si avvolge più stretta nello sciarpone di lana a quadri. La signora col carrellino della spesa e un buffo cappello color lilla è entrata al mercato con passo spedito, lasciando il primo piano alla ragazza col cagnolino bianco, impegnata nel difficile compito di tenere il guinzaglio, scrivere un messaggio e ripassarsi il rossetto.

Quasi sullo stesso piano della ragazza, un “quasi giovane”, di quelli che portano i segni di una giovinezza ormai andata, ma i vestiti e gli sguardi inquieti degli eterni adolescenti, consuma una sigaretta dopo l’altra. A tratti le sembra che il tipo la guardi, come cercandole addosso qualcosa che neanche lui sa bene cosa. Si direbbe che stia aspettando qualcuno.

Cristina sobbalza: un leggero spostamento d’aria annuncia l’arrivo di qualcuno alle sue spalle. Con la coda dell’occhio, vede due mani posarsi sullo schienale della panchina. Sono mani di donna, un tantino ossute e senza anelli. Magari è proprio lei la persona che sta spettando il “quasi giovane”. Il cellulare della ragazza vibra e poi suona.

“Si, sono qui davanti. L’ho subito riconosciuto. No, lui no. Sta parlando al telefono.”

Quindi ci aveva preso, il tipo col parka sta aspettando proprio la ragazza che si è fermata alle sue spalle.

“Sai che c’è? Me ne vado, non ha senso.”

Seguono almeno trenta, quaranta secondi di silenzio: Cristina immagina che la persona all’altro capo del telefono stia cercando di convincere “mani nervose” a fermarsi.

“Tutto quello che dici è vero, ma mi sento così patetica a stare qui a elemosinare qualcosa da uno che sa solo che mi chiamo Giada e che potrei rovinargli la vita.”

Un brivido corre lungo la schiena ed il braccio sinistro di Cristina, un misto di curiosità, eccitazione ed inquietudine.

I due chiudono le rispettive chiamate quasi a tempo, Giada rilascia nell’aria fresca della piazza del mercato un ultimo, pesantissimo respiro. Poi gira i tacchi e se ne va. Cristina posa lo sguardo sul cappuccio del parka del ragazzo, ignaro di essere di nuovo libero, senza più intorno quella che avrebbe potuto rovinargli la vita. In quel preciso istante il tipo, a sua volta, prende a fissarla, accenna un mezzo sorriso e comincia a camminare verso di lei. Vuoi vedere che…

E lì non sa cosa le passi per la testa, un po’ come quando da piccola entrava con la moneta dal tabaccaio per comprare le caramelle e poi, appena lui si girava, le infilava in tasca senza pagare. La eccitava quella piccola evasione, quella specie di gioco che metteva in atto solo per se stessa; le piaceva sentire quel “sali scendi” nella pancia, anche la volta successiva, mentre camminava verso il tabaccaio e sapeva che avrebbe potuto rifarlo. O no. Era tutto nelle sue mani.

Il tipo procede con passi misurati verso di lei che non ha neppure il tempo di mettere insieme un pensiero ben definito, un’intenzione chiara. Lui le sta già di fronte, le mani in tasca, il viso tirato.

“Ciao, io sono Marco. Sei Giada?”.

“Sì” risponde Cristina alzandosi.

“Preferisci parlare qui o andare in un bar?”

“Andiamo in un bar?”

Attraversano la piazza senza scambiare una sola parola, Marco accende un’altra sigaretta, gliela offre, lei rifiuta. Lui, imbarazzato, le chiede scusa.

“Non ti avrei mai riconosciuta. Hai tinto i capelli?”

“Sì, un po’.”

Quindi lui e Giada si erano già visti almeno una volta.

Raggiungono un bar cinese con qualche tavolino fuori e tre anziani dentro, ognuno intento a leggere un quotidiano e pronto ad accaparrarsi quello del tavolo di fianco.

Marco si toglie la giacca, Cristina ha il tempo di osservarlo un po’ meglio. Non è male, ma la scelta del capello lungo e unto le pare un tantino azzardata; interessanti gli occhi dal taglio quasi orientale, denti regolari ma non proprio belli, fisico più da bancone del bar che da sportivo.

Ordinano i caffè: mentre Cristina sta ancora girando il cucchiaino nella tazza per sciogliere lo zucchero, Marco lo butta giù d’un solo sorso. Posa la tazzina, la guarda.

“Come stai?” le chiede.

“Secondo te?” ribatte un po’ stizzita.

D’altronde se lui pensa che voglia rovinargli la vita, non può andarci giù leggera.

“Non sai quanto mi spiaccia di aver provocato tutto questo casino.”

Cristina lascia andare un sorrisino ironico “Non dirlo a me” risponde.

Marco si passa una mano tra i capelli.

“Sei più tornata in quella discoteca?”.

Cristina ci pensa su qualche secondo.

“Al Baia Blanca?”

Ce n’è solo una in città, spera stia parlando di quella.

“Si.”

“Mai più andata.”

“Manco io, la verità è che erano anni che non ci mettevo piede.” dice Marco.

“Anche io la frequentavo poco.”

“Ma non mi avevi detto che ci avevi lavorato?” chiede lui con fare distratto.

“Si raccontano un sacco di palle con tre cocktail in corpo” ribatte asciutta.

“Già” fa Marco sforzandosi di sorridere.

D’un tratto si alza, cerca qualcosa nella tasca della giacca.

“Ti scoccia se esco a fumare?”

La pausa sigaretta le è utile per mettere insieme le poche informazioni che ha su Giada e Marco. Si sono conosciuti in discoteca, hanno bevuto parecchio, non si vedono da un po’ e lui pensa che lei voglia rovinargli la vita. Per un attimo prova pena per quel quarantenne col parka bucato, tormentato dal dubbio di essere sull’orlo di un precipizio; pensa di uscire, dargli una pacca sulle spalle e dirgli “Per stavolta ti è andata bene, paga il caffè e sarai un uomo libero.”

Ma lui rientra dopo solo qualche boccata di sigaretta, si siede e cerca il suo sguardo, inclinando un po’ la testa di lato.

“Di quanto sei adesso?” le chiede.

“Come?”

“Di quanti mesi sei?” domanda Marco sottovoce, come se temesse che i vecchietti possano sentirlo.

“Un po’ di settimane” dice Cristina. È una risposta più strana che stupida, ma sa, per esperienza, che gli uomini non capiscono un tubo quando si parla di settimane.

E infatti Marco mette su una faccia a punto interrogativo “Quindi… quasi tre mesi no?”

“Più o meno.”

Dopo aver fatto questa domanda, le rughe sul viso di Marco sembrano infittirsi. Si prende la testa tra le mani.

“Stai lavorando ancora?” domanda

“Credi che possa permettermi di stare a casa?” fa lei con tono severo.

“Ecco, a proposito di questo volevo dirti che non devi preoccuparti di niente. Per quanto mi è possibile, ti aiuterò per ogni spesa che dovrai affrontare.”

“Solo questo sapete dire voi uomini, “ti aiuto”, il gesto altruista e ammirevole di qualcuno che osserva il tutto da un angolino ben riparato. Anche io vorrei potermi aiutare da lontano e non essere nella merda fino al collo.” Le parole le escono veloci e rabbiose, come colpi di spazzola su una testa calva.

Marco tira un sospiro che dura almeno dieci secondi.

“Non è facile neanche per me, cosa pensi? Ricevere la chiamata di una quasi sconosciuta che ti dice che in quell’unica volta che, da ubriachi, si è fatto l’amore è rimasta incinta.”

Ecco svelato tutto. Povero Marco, è davvero nella merda.

“Non voglio soldi al momento. Quando nascerà, vedremo.”

“È maschio o femmina?”

“Non si sa ancora.”

Cristina decide di affondare ancora un pochino il colpo.

“Immagino che tu non sia solo, vero?”

“No, convivo da quasi tre anni.”

Maledetto fedifrago, lo dice anche con la faccia da cane bastonato.

“Lei lo sa?”

“Non ancora.”

Cristina gli piazza addosso uno sguardo che lo affetta.

“Comunque so per certo che anche lei mi ha tradito più volte. E non lo dico per giustificarmi. È una relazione in crisi da sempre.”

“Almeno lei non ha messo incinta nessuno.”

Marco esce a fumare un’altra sigaretta. Nonostante le stoccate che gli sta rifilando, Cristina comincia a sentire una sorta di tenerezza per quell’uomo che sembra soffrire davvero. Decide di piantarla, di smettere di torturarlo. Che intanto pare che già ci pensi da solo.

Marco rientra e comincia a parlarle prima ancora di sedersi.

“Dimmi cosa vuoi da me, cosa pensi sia meglio che io faccia.”

“Sparire” dice Cristina senza indugiare un solo secondo.

“Come?” fa lui incredulo.

“Si, sparire per sempre. Dimenticarti di me e del bambino. Tornare alla tua vita come se non fossimo mai esistiti. È tutto quello che voglio.”

A posto, sei libero. Hai sofferto mezz’ora più del dovuto, ora puoi tornare alla tua vita, che forse non sarà proprio una roba esaltante ma neanche un inferno come sarebbe potuta diventare.

“Aspetta un attimo, fammi capire. Mi chiami, a distanza di tre mesi, per dirmi che sei incinta e ora mi chiedi di sparire? Allora perché mi hai cercato? Che senso ha?”

Marco sorride scuotendo la testa. Cristina cerca di assumere un tono fermo ma conciliante.

“Forse volevo solo farti sentire un po’ in colpa. Ma ora che ti ho qui, credimi, riconosco che non ha senso. Se vuoi cancello il numero davanti ai tuoi occhi, per dimostrarti che davvero non voglio niente. Ritieniti libero.”

“Libero?” fa Marco stizzito. “Ma credi davvero che, dopo tutto questo, io possa tornare alla mia vita come se niente fosse?”

E perché no? Cosa vorresti fare, invece, piccolo uomo dai presunti alti valori?

“Senti, stiamo parlando di un’avventura di tre mesi fa, nessun coinvolgimento emotivo, solo tanto alcool e poco autocontrollo. Non mi avrai pensata manco mezza volta in tutto questo tempo e lo stesso vale per me.”

“Ma qui non stiamo parlando di noi, stiamo parlando di mio figlio” dice Marco.

Cristina sente un vento gelido rovistarle tra la pancia e il basso ventre.

“Tuo figlio? Sarà mio figlio semmai! Sono io che lo porterò dentro per nove mesi e che lo partorirò e che passerò le serate con lui mentre tu starai dormendo accanto ad un’altra. Per favore, non diciamo scemenze.”

“Non smette di essere anche mio figlio, al di là di tutto.”

Cristina sente che il gioco le è già un po’ sfuggito di mano. Perché si sta emozionando in modo esagerato rispetto ad una gravidanza del tutto inventata? E come mai lui non sembra minimamente sollevato all’idea di sparire?

Deve spaventarlo, fargli cambiare idea.

“E cosa pensi di raccontare alla tua compagna?”

“Non lo so e francamente in questo momento non mi importa.”

Marco esce ancora a fumare, Cristina sente l’angoscia salirle su dallo stomaco fino a serrarle la gola. Si maledice per essersi messa in quel gioco assurdo dal quale non sa più come uscire. Marco, invece, le sembra più sereno rispetto a prima.

Quando rientra, prova a parlargli con tono più affabile.

“Senti, io comprendo e apprezzo i tuoi sforzi per far fronte a questa situazione. Però pensa anche un po’ a me, cosa racconto al mio compagno?”

Marco la guarda incredulo.

“Ma non sei sola, quindi?”

“No.”

“Merda. E immagino che lui non sospetti che…

“No.”

“Dai, poi ci pensiamo. Di certo non voglio complicarti ancora di più la vita. È una situazione difficile ma possiamo cercare di affrontarla assieme, senza farci prendere dal rancore. O dall’ansia.”

Cristina vorrebbe piangere per tutti le menzogne che ha messo insieme, per le illusioni che ha creato, per il dolore che quell’assurdo gioco ha cominciato a liberare nell’aria e, prima ancora, nella sua pancia. È come se il famoso tabaccaio si fosse voltato un attimo dopo che lei ha infilato le caramelle in tasca e le stesse offrendo il pacchetto intero, con gesto imprevisto e gratuito.

“Ho una confusione incredibile in testa. Non riesco neanche più a pensare” dice al limite della crisi isterica.

E lì lui la abbraccia, forte, talmente forte che le sembra di soffocare tra i suoi capelli dall’odore forte di fumo e di umido. Poi le accarezza il capo e le spalle con la punta delle dita, quasi come avesse paura di romperla.

“Non ti preoccupare, ce la faremo. In questi giorni sono stato male, anzi di merda. Ho desiderato fuggire, ho pensato di non presentarmi oggi. Ora, però, ho cominciato ad avvertire come una sensazione di fiducia in quello che sarà. Mi ha fatto bene vederti.”

Cristina si sottrae all’abbraccio, mentre sente il magone aprirsi un varco tra la gola e lo stomaco. Sa che ora l’unica opzione che le rimane è mandare all’aria il gioco nella maniera più sleale e violenta. Altrimenti non ne escono più. Deve rifiutare quel pacchetto di caramelle ben confezionato con una specie di atto di forza, catapultando se stessa e Marco fuori da quello che doveva essere un passatempo divertente e si sta trasformando in un gioco al massacro.

“Senti, ordino un altro caffè e intanto esco a fumare, va bene?” fa lui.

Cristina guarda Marco dall’aria stanca ma meno sofferente, lui le fa un sorriso e le indica qualcosa sulla piazza che sembra divertirlo. Lei non riesce a vedere niente, l’unico pensiero che può formulare ha la forma e la viscida consistenza di un tradimento, di un inganno.

Marco rientra sorridendo. Prima che lui possa dire qualsiasi altra cosa lei sussurra:

“Il bambino non c’è più Marco.”

“Come?”

“Ho abortito ieri. Non ho retto all’idea di dover affrontare tutto da sola.”

Marco la fissa per qualche secondo aspettando che quelle parole finiscano di entrargli in corpo, come una dose troppo potente per poter essere assimilata tutta in una volta sola. I suoi occhi luccicano, i corpi tremano.

Cristina scoppia a piangere e si getta tra le sue braccia; Marco rimane immobile, gli occhi fissi sulla parete di fronte, lo sguardo di chi osserva materializzarsi tutti i fantasmi delle ultime ventiquattro ore: il figlio e la sua perdita, la sua vita per aria e poi il vuoto.

I vecchietti li guardano sospettosi, il barista cinese rimane in piedi col caffè in mano, indeciso se andare o rimanere. Il gioco è finito e sembra proprio che abbiano perso tutti.